Venanzo Crocetti. I segni della formazione
2 febbraio - 10 marzo 2007



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A distanza di sei anni il Museo d’Arte dello Splendore ha riproposto una mostra dello scultore Venanzo Crocetti (Giulianova 1913 – Roma 2002) dedicata, questa volta, al disegno, momento cruciale per la sua formazione. Rispetto alla precedente esposizione, incentrata su di un lasso di tempo di circa sessantott’anni, nella quale si ammirarono soprattutto sculture, questae mostra, curata da Francesco Tentarelli, ha inteso focalizzare l’attenzione sui disegni realizzati a Roma dall’allora giovanissimo artista, impegnato a seguire i corsi serali delle Accademie capitoline e a perfezionare, attraverso il disegno, la capacità di calibrare adeguatamente le superfici plastiche delle sue opere in creta. Questa sorta di scultura disegnata, o prodromica al modellato, costituisce l’elemento fondamentale per comprendere gli sviluppi della sua poetica, articolata in episodi progressivi contraddistinti dall’acquisizione dello sviluppo sensibile dell’uso della mano e dalla volontà di apprendimento. In tal senso suo maestro e collega fu Arturo Martini, dal quale erediterà, dopo la sua morte, avvenuta nel 1947, la cattedra di scultura all’Accademia di Venezia. I 36 disegni e le 7 incisioni esposti nella mostra sono stati realizzati tra il 1929 e il 1940, nel periodo cioè a cavallo tra le due guerre. Durante questo lasso di tempo, coincidente con il Ventennio, lo scultore dimostra come, attraverso la sua poetica artistica, fosse in definitiva estraneo alla retorica del realismo totalitario e invece partecipe pienamente al mantenimento dell’integrità dell’uomo sociale raffigurato in tutti i momenti della sua esistenza. Una posizione costatagli molto cara e pagata con l’esilio forzato dai salotti della critica. La mostra di Giulianova si inserisce nel più vasto programma di rilettura critica dell’opera dell’artista attraverso la messa a fuoco di un periodo preciso, quello degli anni Trenta , coincidente con una forte volontà d’arte che farà di Crocetti, come esattamente rilevato da Mario De Micheli, uno degli scultori operanti nel «solco più ricco e fruttuoso della scultura italiana».

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